Carne della dieta, Alzheimer e declino cognitivo

 

 

GIOVANNI ROSSI

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 28 marzo 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: RECENSIONE]

 

Studi ormai classici e indagini epidemiologiche più recenti su popolazioni diverse hanno messo in relazione un elevato consumo alimentare di carne in età avanzata con una maggiore incidenza complessiva di malattie, un’accresciuta mortalità e un declino cognitivo più precoce e marcato. In molti di questi studi non si distingueva tra carne fresca e alimenti carnei di preparazione industriale[1], anche perché si riteneva che tale distinzione fosse rilevante solo in chiave oncologica; in ogni caso, la nozione igienico-profilattica di limitare la carne nella dieta in età avanzata appartiene da molto tempo alla routine clinica.

In contrasto con questa sia pur generica certezza, in alcuni studi vi erano gruppi di pazienti affetti da malattia di Alzheimer o di volontari considerati ad alto rischio genetico di sviluppare la malattia, che mostravano un beneficio cognitivo o un effetto protettivo derivato da un consumo di carne superiore alla media. Questo effetto positivo della carne è stato messo in rapporto col genotipo dell’apolipoproteina E (APOE) che, ricordiamo, ha nel suo allele ε4 il più potente fattore genetico di rischio di demenza neurodegenerativa alzheimeriana non familiare. In altri termini, da alcune evidenze si è dedotto che, dividendo un’intera popolazione in base ai genotipi APOE, si possono identificare i gruppi in cui la carne, invece di risultare dannosa per la fisiologia neurocognitiva, la protegge e la migliora.

Il gene APOE, ritenuto il modificatore predominante del rischio genetico per la malattia di Alzheimer, con le sue tre varianti alleliche ε2, ε3, ε4, dà luogo alla composizione di 6 genotipi con diverso potenziale di rischio, che sembra essere dovuto principalmente alla differente risposta ai fattori dietetici[2]. In molte popolazioni, fra loro etnicamente diverse, il genotipo più comune è ε3/ε3, che in genere supera il 50% dei genotipi rilevati.

Jakob Norgren e colleghi di un gruppo di ricerca del Karolinska Institutet che include Giulia Grande, hanno deciso di sottoporre a verifica, all’interno di una popolazione di 2157 anziani dai 60 anni in su, seguita per oltre 15 anni nello Swedish National Study on Aging and Care-Kungsholmen (SNAC-K), l’ipotesi che un alto consumo di carne conferisca beneficio cognitivo alle persone con genotipi APOE ε3/ε4 e ε4/ε4, e sia al contrario dannoso per gli altri genotipi.

(Norgren J. et al., Meat Consumption and Cognitive Health by APOE Genotype. JAMA Network Open – Epub ahead of print doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.6489, 2026).

La provenienza degli autori è la seguente: Division of Clinical Geriatrics, Department of Neurobiology, Care Sciences and Society, Karolinska Institutet, Stockholm (Svezia); Aging Research Center, Department of Neurobiology, Care Sciences and Society, Karolinska Institutet and Stockholm University, Stockholm (Svezia); Center for Networked Biomedical Research in Epidemiology and Public Health, Madrid (Spagna); Stockholm Gerontology Research Center, Stockholm (Svezia); Clinical Trial Unit, Department of Geriatrics, Karolinska University Hospital, Stockholm (Svezia); Theme Inflammation and Aging, Karolinska University Hospital, Stockholm (Svezia).

Nello studio qui recensito si fa riferimento alla malattia di Alzheimer, pertanto si suggerisce al lettore non specialista la lettura di un’introduzione alla patologia e alla ricerca sulla più grave forma di demenza neurodegenerativa riportata in una recensione di due settimane fa[3].

Abbiamo già notato che il genotipo APOE ε3/ε3 è il più comune ed è presente in più del 50% della popolazione generale, aggiungiamo che in Svezia tra gli ammalati di malattia di Alzheimer circa il 70% appartiene ai genotipi APOE ε3/ε4 e ε4/ε4.

I 2157 selezionati all’interno della coorte dello studio di popolazione del Swedish National Study on Aging and Care-Kungsholmen (SNAC-K) erano tutti in apparente buona salute e assolutamente privi di sintomi o segni di demenza. Le interazioni tra il genotipo APOE e la neurofisiologia cognitiva sono state indagate mediante traiettorie della cognizione globale e della memoria episodica.

I dati rilevati consentono di parlare di un effetto protettivo genetico prodotto dagli alleli di maggior rischio per la malattia di Alzheimer in coloro che mangiano molta carne. Nei portatori dei genotipi APOE ε3/ε4 e ε4/ε4, il gruppo che assumeva la maggior quantità di carne, corrispondente a una mediana di 870g alla settimana, presentava un declino cognitivo significativamente più basso del gruppo col medesimo profilo allelico che mangiava poca carne.

Si è evidenziato anche un dato di disparità di rischio molto rilevante: i portatori di APOE ε4 ai più bassi livelli di carne assunta settimanalmente presentavano un rischio di demenza più che raddoppiato rispetto a coloro che non avevano l’allele ε4; rischio che scompariva con l’alto consumo di carne. Un più alto consumo di carne fresca era anche associato a una riduzione notevole del rischio di mortalità da tutte le cause, esclusivamente nei gruppi dei portatori di APOE ε3/ε4 e ε4/ε4.

Gli studi sulla dieta degli ominidi nostri progenitori ancestrali attestano un rapporto cibo vegetale/cibo animale eterogeneo, ma è opinione condivisa fra gli studiosi dell’evoluzione umana che, all’incirca 2,5 milioni di anni fa, si ebbe un passaggio verso un aumento del consumo di carne. Ben-Dor e colleghi[4] hanno ipotizzato che questo cambiamento non sia stato lineare, ma configurato a “J”: in particolare, il periodo “ipercarnivoro” corrisponderebbe all’emergere dell’allele ε4 di APOE, e sarebbe stato seguito da un ritorno a un maggior consumo di alimenti vegetali nelle ultime migliaia di anni, quando sarebbe emerso APOE ε3. Questo nuovo allele avrebbe conferito più flessibilità metabolica.

Indipendentemente dal genotipo, un’alta proporzione di carni preparate industrialmente (processed meat)[5] era associata a un più alto rischio di demenza in tutta la popolazione studiata. Un elemento non banale è dato dal fatto che non è emersa alcuna differenza sostanziale tra carne rossa fresca e carne bianca del pollame. La carne rossa, oltre ad essere esclusa dalla dieta dei cardiopatici e, per varie ragioni internistiche e geriatriche, dalla dieta della maggior parte degli anziani, si ritiene che possa determinare effetti metabolici negativi in grado di ripercuotersi sulla fisiologia cerebrale. Questo dato sembra dunque in contrasto con questa visione. Naturalmente, bisogna tener conto che il campione è costituito pressocché esclusivamente da scandinavi che, rispetto ai popoli dell’Europa centro-meridionale e mediterranea, tollerano livelli molto più alti di colesterolo e trigliceridi senza sviluppare patologia da dislipidemia. Rimane il fatto che la carne sottoposta ai trattamenti dell’industria alimentare è nociva per tutti.

I risultati di questo studio sono di grande interesse per la salute pubblica e anche di stimolo per la ricerca neuroscientifica, in quanto incentivano le indagini sui meccanismi molecolari che determinano l’effetto protettivo della carne solo sui portatori dei genotipi contenenti ε4 (APOE ε3/ε4 e ε4/ε4), e sui meccanismi molecolari di danno indotti dalle molecole contenute nelle carni trattate industrialmente[6].

 

L’autore della nota ringrazia la dottoressa Isabella Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).

 

Giovanni Rossi

BM&L-28 marzo 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

 

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[1] In gergo scientifico: processed food e ultra-processed food.

[2] La differente risposta a fattori alimentari è stata interpretata in chiave evoluzionistica formulando un’ipotesi molto plausibile, che sarà esposta più avanti.

[3] Note e Notizie 14-03-26 Terapia della malattia di Alzheimer con CAR-A.

[4] Ben-Dor M., Sirtoli R., Barkai R., The evolution of the human trophic level during the Pleistocene.  Am. J Phys Anthropol. 175 (suppl 72): 27-56, 2021.

[5] Carne in scatola, salumi, piatti di carne a preparazione industriale, surgelati, etc.

[6] In parte si conoscono solo quelli legati al sale, e studiati perché un alto tasso di NaCl nella dieta è associato a maggiore declino cognitivo e rischio di demenza.